Uscire

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Un Ulisse viaggiante, che supera i confini, torna indietro a ricercare la sua patria, dove una sposa fedele lo aspetta. Questo è il mito fondatore di un immaginario maschile trasformato in norma sociale, una definizione degli spazi funzionale alla costruzione di un’identità: il viaggio come prerogativa degli uomini; la donna è relegata nell’ambito domestico; l’Oriente come elaborazione fantastica dell’esotismo e del mistero. Faticosamente, ma coraggiosamente, scrittrici e viaggiatrici si sono impegnate a scomporre e interpretare questo teatro di convenzioni e costrizioni. Uscire dalla sfera privata e conquistare lo spazio pubblico: i movimenti compiuti dalle donne in questa direzione e con questo obiettivo sono il tema che attraversa il percorso di ricerca del presente volume. Questo libro, Uscire, La scrittura di viaggio al femminile: dai paradigmi mitici alle immagini orientaliste, di Federica Frediani (Edizioni Diabasis, 2007) si fonda sul triangolo formato dalla scrittura delle donne, dai viaggi e dall’idea letteraria dell’Oriente. Uscire per cercare, uscire per scoprire, uscire per vivere esperienze e avventure reali. La poetica e la politica degli spazi sono strettamente legate nel discorso sulla letteratura delle donne. Passando da un testo all’altro, da un’epoca all’altra, dalla classicità al contemporaneo, l’autrice, dottore di ricerca in Letteratura comparata e traduzione del testo letterario, che si occupa con particolare attenzione della letteratura di viaggio femminile, fornisce anche una ricca bibliografia, per rintracciare e approfondire gli scritti delle donne che faticosamente hanno provato ad “uscire”.

Perché le donne, relegate nel domicilio, si formeranno quel nomadismo dello sguardo che permetterà loro di affrontare le esperienze del viaggio in modi ben diversi, certamente meno garantiti da schemi e da convenzioni, di quanto non accada agli uomini.
Se non è esistito, come ricorda l’autrice un “Grand Tour femminile”, c’è però un altro viaggio che le donne hanno intrapreso: quello che le porta ad osservare paesaggi e costumi, lingue e culture, con un occhio preoccupato se non altro a non soggiacere ai luoghi comuni, alle immagini consolidate che la letteratura di viaggio maschile ha lungo il tempo elaborato.
Il discorso dell’autrice parte da alcune considerazioni di carattere generale, non vincolate a un genere letterario specifico, sul modo in cui le figure femminili hanno trovato rappresentazione nella letteratura occidentale e sugli spazi, i modi e i tempi in cui le donne hanno fatto letteratura, riportando riflessioni critiche sul rapporto tra letteratura e donne che molte scrittrici hanno avviato, fra queste Virginia Wolf: “Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé”.

I personaggi femminili si allontanano dai codici patriarcali pur muovendosi in uno spazio più limitato rispetto a quello in cui agiscono i personaggi maschili. Le figure femminili abitano e si muovono nello spazio famigliare o nell’ambito della sovversione, della pazzia, della marginalità sociale. Penelope, Antigone, Ofelia, Moll Flanders……e il mito di Elena e Narciso.
Con l’Ottocento le eroine dei romanzi sembrano acquistare, se non vera autonomia, almeno consapevolezza, stando a quanto ci dice l’opera di Jane Austen.
Ma è ancora una questione di spazi: perché la formazione degli uomini si compia è necessario che facciano il Grand Tour, mentre quella delle donne richiede semplicemente un mutamento di prospettiva e di ruolo all’interno dello stesso spazio, il matrimonio.
Al dibattito sui viaggi del Settecento partecipa con la sua scrittura di viaggio, Lady Montagu, per arrivare alla letteratura dell’Ottocento, dove le divagazioni si fanno essenza dell’esperienza stessa: le impressioni individuali sono portate al centro del testo letterario, con la consapevolezza che della vita si può solo restituire un’immagine fugace. Ed ecco Cristina Trivulzo di Belgiojoso e Madame de Gasparin, che nel suo diario scrive “E’ vero che un diario non è drammatico, non è lirico, non è politico, se non raramente, non è filosofico…ed è un gran peccato; ma è un diario, bisogna accettarlo. E’ una pagina di vita; sono io, siete voi e altro ancora….”. Perché il diario, l’autobiografia e il genere epistolare sono generi tradizionalmente ritenuti “femminili”. Lei stessa afferma, sia pure in maniera indiretta, che i generi letterari adatti alle donne sono quelli più intimistici e superficiali. E Shirley Foster “D’altronde parlare coscientemente come donna era possibile svalutando la propria creazione, sottostimando la propria autorità e manifestando la propria inferiorità”.

Dalla seconda metà del Settecento si afferma il viaggio in Oriente e molti sono i motivi per cui gli Occidentali vi si recano e le rappresentazioni variano anche con il paese in cui vengono prodotte. Sulla spinta del pensiero illuminista e delle grandi rivoluzioni borghesi, le donne iniziano a varcare le soglie dello spazio domestico per spingersi nello spazio pubblico, prima conquistando la città, grazie alla filantropia e al lavoro sociale, poi con la rivoluzione dei trasporti, alla scoperta del mondo. E ad Oriente si incontrano l’harem e l’hammam, di cui scrivono, spesso contraddittoriamente, come ben chiarisce la sociologa Fatima Mernissi.
Per molte donne, lo sconfinamento in spazi altri, sia geografici che culturali, non fu e non è un processo facile né tanto meno indolore, uscire significava e significa, sia per le donne di carta sia per le donne di carne, ammettere che la loro patria era ed è il mondo intero, ovvero nessun luogo.

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