Paesaggi italiani

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Considerata una delle più grandi scrittrici del nostro secolo e insuperata interprete del mondo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia americana, Edith Wharton ha offerto contributi considerevoli alla letteratura di viaggio e alla cultura artistica e del paesaggio italiano. “Lady Pendolo”, così Henry James chiamava la Wharton per il suo continuo andirivieni tra i due continenti, negli anni compresi tra la fine dell’Ottocento e il primissimo Novecento, soggiorna di frequente in Italia, esplorandone gli angoli più nascosti in treno e, dal 1904, in automobile.

“Per chi ama i contrasti – di certo uno dei piaceri maggiori del viaggiare – non vi è una preparazione migliore a una discesa in Italia che un soggiorno nelle alte valli svizzere” e ancora “(l’altra diligenza) si risveglia dal suo sonno alpino per scalare il freddo passo al sorgere del sole e discendere lungo tornanti infuocati nella terra in cui le guglie delle chiese si trasformano in campanili, dove la vite, sfuggendo alla schiavitù della perpendicolarità, si getta in un deliberato abbraccio ai gelsi, e in lontananza, oltre la pianura, il miraggio di duomi e volute, di mura dipinte e altari scolpiti, lancia richiami oltre le distese polverose della memoria”: così inizia “Paesaggi italiani” (Edizioni Olivares, 1995), una raccolta composta da sei saggi che sono apparsi in varie riviste dell’epoca e riuniti in un unico volume nel 1905.
La scrittrice rivaluta l’Italia meno nota degli sfondi preferendola a quella dei primi piani, aulica e di maniera: “E’ solo nello sfondo che l’artista si sente libero di esprimere la sua personalità. Nello sfondo egli non dipinge ciò che qualcuno, molto tempo prima, in un altro paese e in circostanze di vita e di fede affatto diverse, ha decretato si dipingesse, ma ciò che egli realmente vede attorno a sé, nella pianura lombarda, nel dolce panorama collinare toscano o nel fantastico paesaggio dentellato delle Alpi Friulane”.

Attraverso insospettate prospettive e gli scorci che si celano nella pittura italiana dal Quattrocento al Settecento, la Wharton traccia un itinerario insolito lungo le nostre città minori. “Per l’ozioso che si rifiuta di misurare l’arte con l’orologio, l’Italia è un orizzonte sconfinato”, e contrappone il turista “meccanico” in balia dei Baedeker al viaggiatore che sa spingere lo sguardo oltre gli elementi più conosciuti di un paesaggio o di un’opera d’arte.
Nei momenti cruciali della descrizione di un ambiente, la Wharton porta l’esempio di un pittore o di uno scrittore che con la loro arte hanno riprodotto la medesima scena, o di entrambi: “Il treno viaggiava verso sud lungo la valle dell’Arno in direzione di Sant’Ellero; avremmo potuto essere in uno sfondo delicatamente inciso di Mantegna”.

Diverso da tanti diari di viaggio, la scrittrice disdegna le tappe rituali, come Roma, Firenze e Napoli. Considera musei e grandi collezioni come luoghi morti e cerca luoghi sconosciuti, spesso ardui da raggiungere. Comincia con la discesa dall’Engadina a Chiavenna, e il paesaggio in tutte le sue varietà è forse il vero protagonista del libro. La sua originale attenzione è valida anche per il paesaggio urbano, come dimostrano le pagine su una Milano intensamente cromatica. Qui rimane affascinata dagli antichi giardini che si rispecchiano nei Navigli e dal grande Chiostro dell’Ospedale Maggiore. Ma ama soprattutto i Sacri Monti e le sacre rappresentazioni e li va testardamente a cercare, come, dopo un viaggio che termina con un sentiero che si può salire soltanto a piedi, giunge a Cerveno in Val Camonica per ammirare le quattordici cappelle dell’artista settecentesco Beniamino Simoni, e scrive “questi tipi – il nano, il mendicante, il gobbo, il carrettiere forzuto o il contadino – che ci sembrava di averli incontrati sulla strada per Cerveno….”.
L’ultimo saggio ricerca la quintessenza del paesaggio italiano nei secondi piani o negli sfondi delle tavole e dei dipinti di una grande tradizione rinascimentale: “Bisogna conoscere Tiziano e Giorgione per godere della vicinanza delle Alpi friulane; Cima di Conegliano per assaporare tutto il gusto del bizzarro paesaggio euganeo; Palladio e Sansovino per apprezzare la frivola architettura delle ville del Brenta; e anche le volte di Brunelleschi e Michelangelo per poter riconoscere le belle linee della cupola di qualche cappella in uno sconosciuto villaggio sulle colline”.
Lucidità e discrezione rendono gli scritti della Wharton diversi da tanta letteratura di viaggio coeva e li rendono inaspettatamente attuali, mantengono spesso intatta l’atmosfera del pellegrinaggio. E’ in questo “piccolo tour” italiano del primo ‘900 che si può scoprire un altro paese.

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