L’arte di viaggiare

Alain de Botton, con il suo “L’arte di viaggiare” (Ugo Guanda Editore, 2010) si affida a guide illustri del passato per scandire le sue partenze e i suoi ritorni, perché crede che scrittori, artisti e filosofia possano rivelarsi ottimi compagni di viaggio. Se la nostra esistenza si svolge all’insegna della ricerca della felicità, forse poche cose meglio dei viaggi riescono a svelarci le dinamiche di questa impresa, completa di tutto il suo ardore e di tutti i suoi paradossi. Benché in maniera indiretta, infatti, i viaggi contengono una chiave di lettura del senso della vita che va oltre le costrizioni imposte dal lavoro e dalla lotta per la sopravvivenza. Eppure l’arte di viaggiare pone una serie di interrogativi il cui studio potrebbe modestamente contribuire alla comprensione di ciò che i filosofi greci indicavano con la bella espressione eudaimonia, ovvero felicità.

Il libro è diviso in capitoli che trattano temi cari al mondo dei viaggiatori (Partenza, Motivazioni, Paesaggio, Arte e Ritorno). In “Sui luoghi di transito e i mezzi di trasporto”, il compagno di viaggio è Charles Baudelaire, che nel suo diario scriveva di soffrire della “grande Malattia dell’orrore per il Domicilio” e di un “sentimento di solitudine, dall’infanzia. Nonostante la famiglia – e in mezzo ai compagni, soprattutto – sentimento di un destino eternamente solitario”. Sognava di lasciare la Francia per andare lontano, in un altro continente, dove nulla gli ricordasse la quotidianità, termine che aborriva.

Abbiamo visto stelle,
onde, sabbie di mare e di deserti;
e ad onta di sorprese e disastri,
molte volte
ci siamo anche annoiati, come qui.

Con i quadri di Edward Hopper possiamo cogliere la forza evocativa dei mezzi di trasporto e dei luoghi di transito più comuni. Tocca a Gustave Flaubert, in “Sul senso dell’esotico”, accompagnarci, lui che qualche mese dopo la partenza dall’Egitto scrisse a un amico di famiglia una lista delle cose che più lo avevano colpito: le piramidi, il tempio di Karnak, la Valle dei Re, certe danzatrici del Cairo, un pittore chiamato Hassan el Bilbeis. “Ma la mia vera passione resta il cammello (non pensate, vi prego, ch’io stia scherzando), poiché nulla supera in grazia questo animale melanconico e singolare. Dovreste vederli nel deserto, quando avanzano in fila contro l’orizzonte, come soldati, i colli tesi in avanti come struzzi, e camminano, camminano, camminano…..”. Al fascino che una persona può già esercitare nel nostro paese si aggiunge, in terra esotica, l’attrazione derivante dal luogo. Se è vero che l’amore è la ricerca negli altri di qualità assenti in noi stessi, allora nel nostro amore per una persona di origini diverse può albergare l’ambizione di unirsi più profondamente a valori assenti nella nostra cultura. Nei suoi dipinti marocchini Delacroix pare suggerirci che il desiderio di un luogo può in parallelo alimentare il desiderio d’incontro con le popolazioni che lo abitano. Così come capitava a Flaubert con le passanti per strada, davanti a Donne d’Algeri nei loro appartamenti (1834) anche noi possiamo provare l’impulso di conoscerne “i pensieri di quel preciso momento, i rimpianti, le speranze, gli amori passati, i sogni di oggi…”

Per quanto vaga fosse stata la sua idea di Egitto all’inizio del viaggio, al termine di nove mesi di permanenza Flaubert sentiva di poter rivendicare un’autentica comprensione di quella terra. Tre giorni dopo lo sbarco ad Alessandria si era messo a studiare la storia e la lingua locale, assoldando a tre franchi l’ora un insegnante che per quattro ore al giorno lo erudisse in materia di usi e costumi islamici. Al Cairo incontrò e intrattenne conversazioni con il vescovo copto e visitò la comunità armena, quella greca e quella sunnita. Grazie alla carnagione olivastra , alla barba e ai baffi e alla sua padronanza della lingua, inoltre, non era raro che lo scambiassero per un autoctono. Si aggirava con un ampio camicione bianco, bordato di pompon rossi, e si rasava la testa risparmiando un unico ricciolo nella zona occipitale. In effetti per il resto dei suoi giorni sarebbe riandato con il pensiero all’Egitto. Poco prima di morire, nel 1880, diceva ancora alla nipote Caroline: “Nella scorse settimane sono stato colto dal desiderio di rivedere una palma sullo sfondo del cielo azzurro, di udire una cicogna battere il becco sulla cima di un minareto”. Potremmo guardare all’ininterrotto rapporto di Flaubert con l’Egitto come a un invito ad approfondire e a rispettare sempre il senso di istintiva attrazione verso certi paesi.

Nell’estate del 1799 un ventinovenne tedesco di nome Alexander von Humboldt si imbarcò al porto spagnolo della Coruña per un viaggio di esplorazione del continente sudamericano, ed è il compagno in “Sulla curiosità”. William Wordsworth ci accompagna nel Lake District, dove l’aura di serenità della campagna inglese diventa veicolo di un’intensa, sebbene misurata, sensazione di pace interiore. Quando nel 1850 morì, ottantenne, all’epoca metà della popolazione inglese e gallese era urbana, l’idea di Wordsworth era che la frequentazione regolare della natura costituiva un antidoto efficace ai mali della città.

Per l’intenso cromatismo della Provenza, chi meglio di Vincent van Gogh ci può accompagnare? L’autore stesso, prima di trovarsi davanti ai suoi quadri, non aveva mai ammirato la Provenza. Le ragioni per cui il pittore aveva lasciato Parigi, erano il forte desiderio di “dipingere il Sud” e la speranza di aiutare gli altri a “vederlo” tramite i suoi quadri. Egli non dubitò mai che gli artisti potevano, dipingendo un pezzo di mondo, aprire gli occhi ad altri perché potessero guardarlo meglio.
Conta per Alain de Botton lo sguardo stesso del viaggiatore, il suo desiderio di vedere “davvero”, ed è per questo che a conclusione del suo percorso, segue le istruzioni di John Ruskin, provando a vedere “disegnando”. Ma Ruskin non si limitava a incoraggiarci a disegnare durante i nostri spostamenti: egli sentiva che dovevamo scrivere o, come diceva lui, “dipingere a parole” per cementare meglio le nostre impressioni.

Un viaggio all’interno del viaggio, per far diventare quest’attività un’arte, con fondamenta radicate nella filosofia, dando consigli di come superare quello che la nostra mente vede o non vuol vedere. Quando gli chiesero da dove venisse, Socrate non rispose da Atene, ma dal mondo.

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