La mente del viaggiatore

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In che modo il viaggio agisce come una forza che muta il corso della storia umana? Come può un semplice spostamento nello spazio influenzare gli individui, plasmare i gruppi sociali e modificare quelle durature strutture di significato che chiamiamo struttura?

Queste le domande a cui prova a rispondere l’affascinante lavoro di Eric J. Leed “La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale” (Editrice Il Mulino, 1991),ripercorrendo dalla preistoria ad oggi, le forme del viaggio, le sue motivazioni, i suoi mutamenti. Perché il viaggio è un modello di trasformazione, un’esperienza di mutamento continuo familiare a tutti gli esseri umani dal momento in cui acquisiscono la locomozione durante la prima infanzia. Per gli antichi il viaggio aveva valore in quanto spiegava il fato umano e la necessità, mentre i moderni lo esaltano come manifestazione di libertà e come fuga dalla necessità e dallo scopo. Gli antichi vedevano il viaggio come una sofferenza, o addirittura una punizione, mentre per i moderni è un piacere ed un mezzo per ottenerne. Con la partenza il viaggiatore viene distaccato da quei riconoscimenti senza i quali non esiste individuazione sociale, anzi, non esiste identità: perché non esiste identità senza l’altro. Il distacco dell’individuo dai riconoscimenti e dalle identificazioni che lo definiscono è la fonte delle sofferenze degli esuli, ma è anche la fonte del godimento moderno del viaggio come fuga e libertà. Nel ventesimo secolo l’immagine del viaggiatore ha acquisito una connotazione sociologica più precisa: è l’estraneo, la persona liminale o marginale.

Nel ‘500 e nel ’600 il viaggio era visto come un’impresa filosofica e scientifica perché permetteva al viaggiatore di fare confronti, di riconoscere il “meglio e il peggio” e formulare così valori più universali indipendentemente dai costumi. Con quest’operazione è possibile neutralizzare l’angoscia normalmente associata alle cose strane e insolite. Il viaggio in generale e l’esplorazione in particolare si possono considerare motivati non dalla passione per le cose strane e sconosciute, ma dal desiderio di ridurre l’incertezza che esse comportano con mezzi attivi e aggressivi. In questo senso il confronto, che diventa abitudine nel viaggiatore, può essere visto come una difesa contro le realtà strane e insolite che prende una direzione diversa dal rinchiudersi e dall’evitare.
Forse quello che è uno dei piaceri del viaggio, la gioia dell’incontro con realtà diverse e strane, non è altro che una riduzione della tensione e dell’angoscia che l’ignoto provoca fin dall’infanzia. Secoli e secoli di arrivi non hanno cancellato le differenze culturali, anzi questi avvenimenti hanno generato una consapevolezza di tali differenze, fissandole in nomi e categorie, regolandole con la costruzione di mura, cancelli e zone recintate.

Se il viaggiatore entra nel luogo nella maniera giusta egli è una fonte di potenza, di bene, di rispetto, salute e accrescimento dell’essere sociale. Se entra in maniera impropria è un inquinatore, un pericolo, una fonte di contagio che scompiglia un ordine sacro di differenziazioni che si materializzano in mura, partizioni, corridoi.

Siamo diventati una società di viaggiatori.
“Vivere in una sola terra, è prigionia” scrive John Donne.
Non possiamo sfuggire a quella civiltà globale che è stata creata da generazioni di viaggiatori, esploratori, signore e signori dalla curiosità elegante, mercanti e migratori. Nasce dal viaggiare, da generazioni di viaggi, quella cultura globale che ora è saldata da sistemi internazionali di trasporti, produzione, distribuzione. Il viaggio è diventato turismo e questo libro ci fa capire come siamo arrivati qui. Forse non sappiamo chi siamo, ma sappiamo contro chi siamo: il nemico della settimana. Il bisogno di avversari e contrapposizioni è una spia del bisogno di identità, nella realtà avvolgente dell’anonimato e dell’estraneità. La persistenza della conflittualità in un mondo di contatti costanti – con le comunicazioni, il trasporto, il consumo, la distruzione – fa pensare che la società di viaggiatori abbia bisogno di differenza. Ma il gusto della differenza crea la ragione di viaggiare, giustifica contatti interculturali ed interetnici che permettono di collegare le differenze e superare le contrapposizioni.

Non muore chi collega il proprio termine ai propri inizi. Dunque vagate…

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