Il vento fa il suo giro

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La storia sembrerebbe comune: una piccola comunità chiusa sui modi di pensare ed uno “straniero” che fatica a farsi accettare. Nel film di Giorgio Diritti “IL vento fa il suo giro”, un allevatore di capre e produttore di formaggi vuole allontanarsi dai Pirenei minacciati dalla costruzione di una centrale nucleare. Arriva in Val Maira, nel paese di Chersogno (che in realtà è una montagna). Vorrebbe prendere in affitto una casa, per la sua famiglia e i suoi animali. Per intercessione del sindaco, trova la casa e la disponibilità di pascolo per le sue capre. Inizialmente l’accoglienza è festosa, ma i suoi modi anticonvenzionali irritano gli abitanti, ormai abituati solo a qell’ospitalità turistica di villeggianti che vengono dal fondovalle o dalle vicine Cuneo e Torino.

Guardano, prima con fastidio quegli animali che razzolano per le stradine del paese, poi gli ritirano le concessioni al pascolo ed infine arrivano ad atti di vero e proprio sabotaggio. Gli unici che restano solidali al nuovo venuto sono il sindaco, un musicista in crisi che ha fatto del villaggio il suo eremo e un ragazzo handicappato, il classico “scemo del villaggio” che trova comprensione e simpatia nella nuova famiglia e che nel momento dell’abbandono…

Fin qui la storia, ma il primo lungometraggio di Giorgio Diritti è molto, molto di più. Le sequenze si dividono in grandi panoramiche  dedicate alla montagna e alle sue stagioni e i primi piani delle persone; poi la lingua, il film è sottotitolato in italiano, ma recitato in occitano (la bellissima lingua che al tempo dei Trovatori era parlata dalle Alpi all’Atlantico, oggi degradata al rango di dialetto) e in francese. E la gente. Pochissimi gli attori professionisti, praticamente solo il pastore e sua moglie, gli altri sono le persone delle valli che si sono prestati con coraggio e passione, oltre ad aver contribuito economicamente alla realizzazione del film. Il fatto che mettano in scena un modo di essere così poco edificante, che passa dalla scortesia all’intimidazione di stampo mafioso, forse è stato un’occasione di riflessione autocritica, per gli abitanti di tutte le valli alpine spesso chiusi e attaccati ai loro beni, anche se sono alpeggi e boschi dove non passa nessuno. L’Occitania italiana sta avendo una certa rinascenza culturale, dovuta a figli e nipoti di emigrati verso le fabbriche della pianura, che cercano un “ritorno alla natura” che non sia puramente turistico.

Non sia quello del turismo di massa degli skilift e delle piste da discesa, ma un turismo più a misura d’ambiente, con rifugi e sentieri ben attrezzati, gli anelli di fondo e le gite a cavallo. Il film non è consolatorio, le ragioni che vincono sono quelle del particolarismo e della diffidenza, ma è bellissimo nel suo parlare per immagini e simboli. Mette il dito nella piaga dell’intolleranza, nella difficoltà di relazionarsi con l’altro e il “diverso”, una problematica che riguarda tutti.

E ci porta ad interrogarci su un viaggio fallito, ma che può ricominciare altrove e forse continua da qualche altra parte, perché ci deve essere un luogo dove arrivare e sentirsi a casa, per tutti. Il film si apre e si chiude con una realtà che apre al turismo; la Valle Maira, dove è ambientato il film, ne ha sviluppato uno a misura d’uomo, mentre in altre, condomini, palazzi, alberghi abitati solo in alcuni periodi dell’anno, hanno distrutto senza riscattare lo spopolamento.  

Il film è stato girato in Piemonte, ma potrebbe essere ambientato in ogni parte d’Italia, ovunque vi siano montagne che si spopolano, borghi in declino, che non riescono a trovare una nuova identità ma nello stesso tempo faticano ad accettare l’inserimento degli stranieri. Girato in dodici settime, a basso costo e finanziato dalla produzione, a cui hanno partecipato gli stessi attori, e da alcune associazioni locali, non avendo avuto fondi dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

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