Il concerto

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Il regista rumeno Radu Mihaileanu, conosciuto soprattutto per il precedente “Train de vie”, ripropone nel suo quinto film “Il concerto”, un tema a lui caro: la cultura ebraica, che dopo l’Olocausto, è ora inserita nel contesto dell’Unione Sovietica degli anni ’80. L’essere ebreo comporta l’ennesima mimetizzazione, le origini devono essere celate (il regista stesso porta il cognome che il padre si diede, acquistando un passaporto rumeno per sfuggire all’internamento nazista) e unisce la commedia al tipico humor yiddish per raccontare una rocambolesca storia.

Nella Russia di Brezhnev, in tensione tra i riverberi di un’ideologia comunista ormai al crepuscolo e le istituzioni in bilico tra legalità e oscurantismo, il direttore d’orchestra del Bolschoϊ, Andrei Filipov, per il suo rifiuto di allontanare alcuni musicisti ebrei, si trova ora a svolgere le mansioni di custode e di uomo delle pulizie, vessato dal direttore che non lo sopporta. Casualmente legge un fax in cui l’orchestra è invitata a Parigi per tenere un concerto al Théâtre du Châtelet.

E’ l’occasione di riscatto: sottrae il documento e convoca tutti i suoi compagni musicisti, ridotti a compiere i lavori più disparati per sopravvivere. Si presenteranno a Parigi fingendosi la vera orchestra. Iniziano i preparativi rocamboleschi ed altrettanto sarà il loro soggiorno nella capitale, dove Andrei incontrerà la famosa violinista Anne-Marie Jacquet ed anche il proprio passato. Tutti insieme riescono a ricreare “l’armonia suprema” nello happy ending in cui l’amatissimo concerto di Cajkovskij, strappa un po’ di commozione, per altro bilanciata dall’ironia, che nel film, colpisce i nostalgici del comunismo (la moglie di Andrei si guadagna da vivere affittando comparse per i raduni, deserti, dei comunisti) e le manie di grandezza dei nuovi oligarchi (che si prendono a fucilate durante i loro matrimoni super kitsch), lo spirito commerciale degli ebrei (che a Parigi si disperdono per arrabattarsi nei piccoli mestieri da immigranti)  e gli imbrogli degli zingari (che in un battibaleno preparano all’aeroporto passaporti finti per tutti).

Dice il regista: “La mescolanza delle culture, oggi comporta difficoltà ma è inevitabile, e ci arricchisce. Certo per i paesi “civilizzati”, l’arrivo dei barbari dell’Est, e io sono uno di loro, è uno shock e vorrebbero difendersene. Eppure è da questo incontro che scaturiranno bellezza e luce. Come nel concerto del film”. Una commedia che è un messaggio di ragionevolezza, che invita alla civile convivenza contro il perdurare di pregiudizi culturali, un omaggio all’animo e al temperamento slavo, sull’incontro tra i “barbari dell’Est” e i ricchi occidentali, forse un po’ assopiti. Ma soprattutto è un film corale, un omaggio allo stare insieme per risolvere le difficoltà, al portare avanti i propri sogni con la diversità di ognuno, alla passione di creare tutti insieme “l’armonia suprema” che spesso è solo vivere.

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