Cous cous

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Ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, mentre Hafsia Herzi il Premio Marcello Mastroianni per l’Attrice Emergente nel film “Cous Cous” di Abdel Bechiche, un’opera dal gusto neorealista, per l’attenzione del regista ai momenti quotidiani: il pranzo famigliare con la macchina da presa sulle bocche, sugli sguardi, sul cibo, sui litigi, oltre a dimostrare la grande capacità di dirigere attori non protagonisti (Slimane è un tunisino ingaggiato direttamente dai pescherecci).

Bechiche ambienta la sua storia nel mondo che meglio conosce, quello degli arabo-francesi integrati da decenni nell’area marsigliese, con un racconto corale che parla di uomini e di donne, della fatica di vivere, ma anche del desiderio di riscatto, per chi ha lasciato la sua terra. 
Slimane è un sessant’enne che ha perso il lavoro alla riparazione delle imbarcazioni nel porto di Sète, vicino Marsiglia.

E’ divorziato, ha una nuova compagna, ed è molto amato dai figli e dalla figliastra, che cercheranno di aiutarlo a realizzare il suo sogno di aprire un ristorante, ristrutturando una vecchia imbarcazione e qui proporre come piatto forte il cous cous al pesce, che la moglie cucina in modo eccellente (“L’amore? E’ fatto di cose di tutti i giorni: come il cous cous!”). E’ un uomo dalla pazienza stanca, che ha visto tutto e tutto subito senza abbassare lo sguardo, l’integrazione vera gli è passata di fianco. Ma non si arrende, e con Rym, la figlia della seconda moglie, supera la burocrazia sottilmente razzista. Ma è il cous cous l’elemento chiave della storia, forte elemento simbolico, quel cous cous che tutti unisce, quel cous cous, che sparito, porterà Slimane ad un inseguimento fino all’ultimo respiro, mentre Rym, per l’amore che porta a quel sogno, danza nell’attesa.

Film sulla fatica di mantenere la propria dignità, sul coraggio di non arrendersi, su un Nord di regole, di uffici e di anoressia sociale, contrapposto ad un Sud di caos totale, ma anche di sensualità, di energia e forza vitale. Ma anche sul “sogno” di ogni persona, non solo immigrata, quel desiderio che tutti hanno di migliorare la propria vita, sia famigliare che lavorativa, l’impulso che spinge a cercare e a non mollare mai, come l’inseguimento di Slimane del proprio motorino, inseguimento fino a restare senza fiato, lungo quel viaggio che è partito da lontano. Nel film la voglia di raccontare una storia dove gli uomini non risolvono i problemi che pongono, ma sono le donne, pur tra rivalità ed invidie, a prendere in mano le situazioni, con forte generosità.

Un eccezionale omaggio agli immigrati di prima generazione: “Avevo un flagrante desiderio di cinema, lo stesso che ha animato il vostro neorealismo. Ma, soprattutto, volevo rendere omaggio a mio padre e al padre di mio padre, che ammiro per come hanno saputo farsi largo nella vita”, le parole di Kechine, che avrebbe voluto suo padre come protagonista. 

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