Camminare

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Henry David Thoreau nacque nel 1817 a Concord, città del Massachusset. Allievo del filosofo trascendentalista e teologo Ralph Waldo Emerson, autore del saggio “Nature”, volle non solo aderire teoricamente alle idee ecologiste e pacifiste del suo maestro, propagarle e svilupparle con scritti e conferenze, ma anche metterle in pratica; inoltre, per opporsi alla guerra degli Stati Uniti contro il Messico, inventò la “disobbedienza civile”, e finì per breve tempo in prigione per essersi rifiutato di pagare le tasse.
Nel 1845, costruì con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, e lì rimase per ben due anni in isolamento totale, e scrisse “Walden, ovvero la vita nei boschi”, che pubblicò con grande successo nel 1854.
Ma non basta vivere in mezzo agli alberi e alle paludi, bisogna, anche e soprattutto, camminare. Ogni giorno, dalla sua capanna nei boschi, Thoreau si dirigeva nel folto camminando ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore, e riteneva una giornata persa quella in cui non l’avesse fatto. Da questa sua esperienza nacque una serie di conferenze e poi un libro, pubblicato poco prima di morire, nel 1862, “Walking, or the Wild”.
In “Camminare” (Editrice Mondadori, 2004) Thoreau esprime chiaramente come questo non significhi mettere passivamente un passo dietro l’altro. Il vero “camminatore” deve sapersi staccare completamente dai suoi banali pensieri quotidiani; quindi, attuare dentro di sè una sorta di tabula rasa che gli permettere di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui, con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia, in grado quindi di collegare l’individuo con la parte vera di se stesso.

“È vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai nostri giorni, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che ritornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni. Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.”
Naturalmente, camminare in un parco artificiale, in un orto o in un giardino, è qualcosa che Thoreau non concepisce neppure; bisogna avere intorno a sè alberi non piantati dall’uomo, e la strada che si fa non può essere una strada che conduce ad una località precisa. Le strade costruite per trasportare merci e condurre esseri umani in mezzo ai propri simili, le strade del profitto e del commercio, non sono adeguate alle sue esigenze di purificazione; solo alcune strade deserte e abbandonate, che si perdono nelle foreste e non adempiono più alla loro funzione originaria, non guastano il fascino intatto della natura e possono essere percorse con profitto.

Egli esorta gli uomini del suo tempo a bruciare steccati, per poter liberamente camminare nella terra di Dio che è di tutti, ma non appartiene a nessuno; li chiama a gioire delle cose vere ed incontaminate. Thoreau è stato l’antesignano per alcune modalità di protesta in seguito largamente diffuse, come soprattutto la disobbedienza civile.
“Camminare” è uno splendido resoconto dell’influenza positiva che la Natura, considerata la guaritrice di tutti i mali dell’animo, ha sull’essere umano. Un racconto che trasmette il desiderio di addentrarsi nella foresta imboccando il sentiero più vicino, ed allontanarsi da tutto ciò che caratterizza la vita in società, per giungere là dove batte solo il cuore della foresta ed il proprio,  all’unisono, dove non c’è fretta né lotta, ma solo armonia.

Nel libro è centrale il simbolismo legato all’escursione come modello di vita: il quotidiano vagabondare nella natura costituisce una sorta di strategia di sopravvivenza sia reale che simbolica e l’anelito al movimento è nella sua essenza desiderio di liberazione dall’ansia e dal malessere avvertiti nel mondo.
Favorevoli o meno a una vita più in solitudine e di ricerca di sè stessi, resta il fatto che questo libro propone tematiche modernissime, partendo dal recupero della propria personalità un po’ smarrita nel rapporto con i luoghi. Resta comunque la necessità di essere più attenti al proprio territorio nel quale ci si muove, o di quello che si cerca, più o meno incontaminato. E questo nella dimensione “micro”, cioè dei particolari minimi, e in quella “macro”, cioè nel paesaggio allargato complessivo.
Certo, rispetto all’epoca di Henry David Thoreau la faccia della terra è molto cambiata, e anche chi passeggia si viene a trovare in una realtà ambientale diversissima.

Ma l’idea che muoveva lo scrittore americano nell’Ottocento – il bisogno di inoltrarsi viaggiando nel più antico dei modi, il farsi anche vagabondo, il muoversi senza una meta sicura – è qualcosa a cui si potrebbe tornare. Ma camminare significa anche potersi abbandonare al corso dei propri pensieri, e al tempo stesso perlustrare nel modo più ravvicinato e diretto la realtà che ci circonda. E qui si inserisce il secondo, decisivo tema del camminatore, e cioè quello della necessità di ristabilire un intenso, vivo rapporto con la natura.

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